Quando ero in procinto di partire per Israele la Farnesina vietava tassativamente il viaggio: un bel bollino rosso, pulsante ad intermittenza, sulla mappa dell’intero territorio.

Ovviamente, pur presa da mille pensieri, ha prevalso il mio desiderio del viaggio, dell’incontro, delle prospettive differenti e… son partita lo stesso.

Ho avuto modo e la fortuna di rapportarmi con la gente che vive qui e ciò mi ha davvero toccato nel profondo. Persone abituate a vivere quotidianamente una sorta d’incertezza, di probabile pericolo e allarme: a volte mi ha lasciato perplessa l’accettazione, quasi un tacito consenso, un’abitudine di precaria normalità.

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Chiamiamolo caso, coincidenza, destino se vogliamo, ma per una serie di fortuite circostanze, la sera in cui mi stavo recando a Gerusalemme, sono riuscita ad organizzare la mia entrata in Palestina.

La mia visita si è limitata solo ad alcune città, perchè purtroppo alcune frontiere, come quelle di Nablus, Ramallah ed Hebron erano praticamente invalicabili. Me ne rammarico, sebbene in cuor mio so che tornerò per chiudere un cerchio, per attraversare la storia, che in Palestina si scrive ogni giorno.

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Il percorso è stato alternativo e oltre i consueti checkpoint che attraversano i turisti: disarmante vedere le barriere, i piloni di cemento e i presidi, e un muro che taglia una terra, divide un popolo.

Per comprendere meglio occorre capire che la situazione in Cisgiordania è complessa: l’intera regione, denominata anche West Bank, è suddivisa in tre aree.

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La zona A rimane totalmente sotto controllo palestinese, in termini sia civili che di sicurezza e rappresenta il 18 per cento del territorio; quella B è solo parzialmente controllata dal governo cisgiordano, in quanto Israele può esercitare forza predominante; l’area C consiste in insediamenti israeliani, le cosiddette colonie, ed è interamente sotto il controllo dello Stato ebraico.

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La zona C è l’unico territorio contiguo nella Cisgiordania: rappresenta la più grande divisione all’interno della West Bank, ben il 60 per cento, del tutto in mano allo Stato d’Israele. Inoltre, vi sono presenti la maggior parte delle risorse naturali, tra cui terreno coltivabile e fonti acquifere.

Ma non finisce qui: le zone A e B sono a loro volta suddivise in tantissime micro aree, separate l’una dall’altra da settori “cuscinetto” controllati da Israele, tra posti di blocco, insediamenti e avamposti militari.

Per capire meglio, ad esempio, i palestinesi non possono viaggiare da area A, che vi ricordo è sotto controllo cisgiordano, verso altre aree all’interno della Cisgiordania, senza attraversare i checkpoint israeliani.

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Di fatto esiste e persiste limitata libertà di movimento: le pricipali vie di comunicazione sono presidiate e spesso ci si trova davanti a barriere, semplicemente per andare da casa al lavoro.

Anche la strada è diventata un muro, un confine, che si traduce con la creazione di tragitti per soli israeliani e altri per palestinesi: ecco che mentre percorrevo l’interno del paese mi sono ritrovata a notare percorsi attigui, stesso cemento, stessa doppia circolazione di marcia, ma un corridoio è per le auto degli uni e l’altro è designato per gli altri.

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The bypassroads, ossia le strade di collegamento, sono una sorta di griglia che incrocia l’intera Cisgiordania, creando in molte zone una barriera fisica tra le stesse aree sotto controllo palestinese: totale o talvolta parziale.
Per alcuni tratti stradali è necessario chiedere un permesso speciale di circolazione.

BETLEMME MURO

Non c’è nulla che potrà mai rimettere a posto gli errori commessi dal regime tedesco, non si può dimenticare l’Olocausto: la tragedia rimane pur sempre tragedia.

Eppure, la Palestina è un territorio colonizzato e vittima stessa di una catastrofe passata, che non dovrebbe giustificare questa, alla quale stiamo assistendo.

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