Nel bene e nel male: grazie, Oriana Fallaci.

“Sono nata a Firenze il 29 giugno del 1929 da genitori fiorentini: Tosca ed Edoardo Fallaci. Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione. All’estero, quando mi chiedono a quale Paese appartengo, rispondo: Firenze. Non Italia. Perché non è la stessa cosa”.

Oriana nasce scrittrice, come lei stessa ama definirsi, anche se il suo inizio è da giornalista, con un esordio in cronaca nera, poi giudiziaria e successivamente costume e spettacolo: famosissimo il suo articolo su Christian Dior e la moda parigina nel lontano 1948.

Oriana Fallaci a Milano - Piazza San Babila - 1956
Oriana Fallaci a Milano – Piazza San Babila – 1956

Diviene presto conosciuta per quel suo modo particolare di fare le interviste: siamo negli anni cinquanta e la Fallaci incontra, fra i tanti, Fellini, Totò, Anna Magnani, Mastroianni e attori stranieri di fama internazionale.
Con i primi viaggi all’estero intervista Sorāyā Esfandiyāri Bakhtiyāri, a Teheran, la moglie dello Scià di Persia e personaggi di Hollywood, a cui seguì il suo primo libro, datato 1958: “I sette peccati di Hollywood”.

Nel 1961 pubblica “Il sesso inutile”, basato su un reportage in Medio Oriente e Asia, che tratta le condizioni delle donne. Seguono “Penelope alla guerra”, nel 1962 e “Gli antipatici” nel 1963, anno in cui decide di trasferirsi a New York.

Da qui si reca in Texas, nelle basi della NASA: assiste alla preparazione degli astronauti, partecipa attivamente scrivendo molti articoli al riguardo: ne nacquero due capolavori, “Se il sole muore”, del 1965 e “Quel giorno sulla Luna”, del 1970.

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Alla fine degli anni Sessanta viene inviata in Vietnam ed è l’unica giornalista italiana al fronte: una tecnica impeccabile, posizione ferma e critica sia nei confronti degli Americani che dei Vietcong e Sudvietnamiti; storie di rappresaglie, di vita quotidiana nell’inferno della guerra sono lo scenario di “Niente e così sia”.

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Il decennio successivo è dedicato soprattutto alla politica: la rivolta di Detroit a causa dell’assassinio di Martin Luther King, la questione israelo-palestinese, la morte di Robert Kennedy e le dittature sudamericane, per arrivare ai conflitti asiatici. Riesce in imprese impossibili, come essere ricevuta da Ali Bhutto, Yassir Arafat, Indira Gandhi, Golda Meier, Kissinger e potrei continuare…

Instancabile, assetata di verità, prepara le domande a tavolino, le studia una dietro l’altra, è incalzante, pone l’interlocutore, letteralmente, sotto interrogatorio, con una maestria unica: “Per esser buona un’intervista deve infilarsi, affondarsi, nel cuore dell’intervistato”.

E’ il 1974, ed esce in libreria “Intervista con la storia”, una raccolta delle interviste più significative della sua carriera giornalistica.

“Lettera a un bambino mai nato” un anno dopo, mentre l’Italia è alle prese con la legge sull’aborto e “Un uomo” nel 1979, dove racconta la vita di Alekos Panagulis, leader della resistenza greca contro la dittatura dei Colonnelli, unico grande amore della sua vita: un quadro di realismo puro, in cui Boiati, questa prigione bunker, seminterrata, dove il protagonista viene rinchiuso, di due metri per tre, dimostra quanto poco valore abbia la vita umana per chi detiene il potere.

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Nel frattempo riesce ad intervistare Khomeini, leader religioso iraniano: una serie di botte e risposte che mettono a dura prova l’Ayatollah, un colloquio storico, che si conclude con Oriana sprezzante, che si toglie il chador e lo getta in terra…

“Insciallah” arriva dopo anni di silenzio, nel 1990: Fallaci riprende il tema delle guerre, in particolare quella in Libano e gli attentati a Beirut; incontra il colonnello Gheddafi e, con il suo politically correct e l’energia che l’ha sempre contraddistinta, lo attacca a colpi di parole, l’unica arma che conosce: “Colonnello, visto che non si considera un dittatore, nemmeno un presidente, nemmeno un ministro, mi spieghi: ma lei che incarico ha?”.

Dopo l’attentato alle Torri Gemelle la scrittrice torna sulla scena più forte che mai, nonostante una malattia incombente, il cancro, e con il suo pessimo carattere sempre appresso: è solo in questo periodo che anche i giovanissimi iniziano a conoscerla e, purtroppo, in un contesto sicuramente limitante, di polemica e critica, dove l’Europa è un burattino pavido nei confronti dell’Islam.

Una posizione politica e sociale di impatto, uno sfogo violento, che genera un dibattito senza precedenti tra favorevoli e detrattori in ogni dove.

“La rabbia e l’orgoglio”, “La forza della ragione”, “L’Apocalisse – Oriana Fallaci intervista sé stessa”, libri pubblicati tra il 2001 e il 2004, sono un successo senza precedenti, anche se a mio avviso andrebbero interpretati in un contesto carente di equilibrio oggettivo, proprio perchè nati dalla collera, svezzati con luoghi comuni, nutriti di orgoglio.

E’ la guerra sì, ma culturale e di ideologie: “Abituati come siete al doppio gioco, accecati dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Voluta e dichiarata da una frangia di quella religione, forse, comunque una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa”.

“Blair lo ha capito. E’ venuto qui e ha portato anzi rinnovato a Bush la solidarietà degli inglesi. Non una solidarietà espressa con le chiacchiere e i piagnistei: una solidarietà basata sulla caccia ai terroristi e sull’alleanza militare”.

Alla luce dei fatti, Oriana, si è trattato semplicemente di una comoda alleanza, per spartirsi i futuri introiti in Medio Oriente!

L’assolutismo contro i musulmani immagino sia venuto fuori di pancia, d’istinto: non posso pensare che Oriana, paladina della libertà di pensiero e, quindi, di religione e cultura, sia finita nel preconcetto superficiale che solo l’Occidente è la culla di tutte le ideologie.

Opinioni diverse, punti di vista differenti servono al confronto: se noi abbiamo la Bibbia e i Vangeli, non vuol dire che dobbiamo bruciare il Corano, seppellire la Bhagavad Gita, “deportare” la Torah, solo perchè non condividiamo…

Non si tratta di fanatismo religioso, comunque ridotto in un determinato contesto, in quanto assurdo generalizzare, ma di libertà di esistere perchè esseri umani, ognuno con la propria identità e lo si evince proprio da questi appunti rinvenuti post mortem.

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Io ho amato Oriana Fallaci, come amo leggere, con avidità di parole e pensieri, con la voglia di capire questo mondo, con la razionalità della storia, che troppo spesso si ripete, nel bene e nel male…

A dieci anni oggi dalla sua scomparsa, mi piace ricordarla con questa frase, tratta dall’ultima intervista del 30 maggio del 2006:

“Apro la mia boccaccia. E dico quello che mi pare”, con i suoi grandi occhiali, il suo cappello e le immancabili sigarette.