Aida, campo rifugiati attivo dal 1950. UNRWA, “United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East”, dovrebbe occuparsi delle condizioni sociali e di vita, ma poco viene fatto, specialmente negli ultimi dieci anni.

C’è da chiedersi perché queste persone sono abbandonate a se stesse e cercano di sopravvivere nel migliore dei modi.

Un’eredità pesante quella dei bambini, il futuro che non esiste, costretti a subire la stessa sorte delle proprie famiglie: se i tuoi genitori sono dei rifugiati lo sarai automaticamente anche tu.

Una consapevolezza dura da accettare, da digerire, spoglia come le case, scarna come i vicoli, defraudata dell’essere come le persone.

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Una vita da campo, senza alternative, se non quelle di istruzione e letteralmente “costruzione” di una resistenza basata sulla conoscenza.

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Alcuni centri si occupano dei bambini, con amore e dedizione: lo scopo è farli crescere con una cultura sana, impegnarli in attività ricreative all’insegna della tolleranza, dell’amore e della comprensione.

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Belle parole, scritte cosi… Il difficile è cercare di farlo sempre con speranza, con un sorriso, con costanza.

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È che a volte la forza d’animo tentenna, quando ti fermi, ti guardi intorno e rifletti su com’è la tua vita e in che modo, invece, vanno avanti qui…

Tutto questo non può essere, tutto questo deve finire.

Basta tacere, bisogna urlarla questa verità, abbattere questo maledetto muro, ché non è fatto solo di cemento e filo spinato.

Qualche giorno per me, una vita per loro.

@Blogjuls – Aida Camp

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