Un paese sull’orlo del baratro, così vicino al punto di rottura da ricordare il collasso argentino alla fine degli anni Novanta.

Ma com’è possibile che si sia arrivati alla disperazione sociale in uno stato tra i più ricchi al mondo di giacimenti petroliferi?

Innanzi tutto la crisi politico-economica venezuelana inizia ancor prima della morte del presidente Chávez nel 2013: Maduro ha solo ereditato un pesante timone, in un paese in cui l’economia non è mai stata diversificata, la quale si è sempre basata solo sulla vendita del greggio all’estero.

Il Venezuela possiede grandi riserve di petrolio, peccato che questa sia l’unica risorsa: rappresenta circa il 95% delle entrate del paese in termini di esportazioni, quindi se non si vende l’oro nero non ci sono soldi da spendere.

Nel momento in cui i prezzi di vendita del petrolio a barile hanno subìto un rapido calo, a partire dal 2014, l’economia venezuelana ha inizato a barcollare.

Gli ultimi quattro anni sono stati di recessione, con una salita del prezzo delle merci esponenziale e l’inflazione alle stelle: il bolivar, la moneta locale, ha perso così tanto di valore da essere oggi null’altro che carta straccia.

La compagnia petrolifera statale, la PDVSA, di fronte ai primi problemi di produzione e conseguente scarsa vendita, ha iniziato ad accumulare un insoluto dopo l’altro, non pagando le società preposte, che la aiutano nell’estrazione del petrolio. Gli analisti la danno prossima al default, anche perchè il debito è diventato troppo alto da estinguere.

Prima domanda: a che cosa è dovuto l’abbassamento del prezzo di vendita del petrolio? E quindi il conseguente indebitamento della PDVSA?

Proprio in concomitanza con l’inizio della crisi venezuelana, nel 2014, l’Arabia Saudita ha immesso sul mercato petrolio a buon prezzo: un piano calcolato per conseguire obiettivi comuni con gli Stati Uniti e Israele.

Certo, la monarchia saudita è economicamente in perdita con questa mossa, ma, strategicamente, continua a produrre senza sosta: in questo modo il prezzo del greggio scivola in basso e i paesi le cui economie sono basate sull’esportazione di petrolio e gas si indeboliscono a poco a poco. Alla politica estera di Washington conviene che paesi come l’Iran, la Russia e il Venezuela siano messi in ginocchio dal deprezzamento del greggio.

L’intento, a occhio e croce o politica e potere, è far cadere il socialismo in Venezuela da una parte e, dall’altra, alterare, destabilizzare l’influenza di paesi “pericolosi”, quali quelli di Putin e Rouhani. A questo proposito, se avete voglia di documentarvi, esiste una singolare intervista al figlio di Ronald Reagan, Michael, in cui egli stesso afferma che questo piano politico è un po’ lo stesso che gli Stati Uniti hanno utilizzato per far cadere l’URSS, durante il periodo della guerra fredda.

L’errore più grande del governo venezuelano è stato quello di agganciare il bolivar al dollaro nel 2003, rinunciando alla sovranità della sua moneta, segnando così il suo cammino verso la fine: adesso pur con un debito altissimo avrebbe potuto emettere valuta e sostenere la crisi.

Perchè secondo voi paesi come gli Stati Uniti, Gran Bretagna o il Giappone, pur avendo un deficit di bilancio altissimo, non crollano? Semplice, si autofinanziano, prendono la moneta in prestito da se stessi, perchè non convertibile.

In merito, Alan Greenspan, l’ex presidente della Federal Reserve americana, ha detto: “A government cannot become insolvent with respect to obligations in its own currency. A fiat money system, like the ones we have today, can produce such claims without limit”. Abbreviando, “un governo non potrà mai fare bancarotta con i debiti emessi attraverso la propria moneta sovrana”.

In conclusione, la guerra economica è la principale causa di un paese ridotto in ginocchio: ricordo che gli Stati Uniti (Obama, my only love) hanno imposto pesanti sanzioni commerciali al Venezuela, un vero blocco commerciale attuato ai tempi di Chàvez, che tuttora permane…

Veniamo ora all’operato di Nicolas Maduro.

Le carenze alimentari sono diventate estremamente gravi a partire dall’anno scorso: mancano beni di prima necessità come la farina, il latte, le uova, il sapone e persino la carta igienica.

Il governo applica controlli sui prezzi delle merci: le aziende importatrici di prodotti alimentari si sono ritirate dal commercio, perché per venderli ad un costo ridotto andrebbero in perdita; le importazioni di cibo sono di fatto diminuite del cinquanta per cento ed i prezzi così alti che pochi possono permettersi di comprarlo.

Le medicine scarseggiano, gli ospedali pubblici sono carenti di mezzi primari e l’assistenza medica di base è insufficiente.

Il paese ha già messo mano alle riserve di oro: il debito ammonta a oltre 7 miliardi di dollari, ma la banca centrale nazionale ne possiede molti meno.

Il presidente Maduro ha dato in mano alle forze armate la gestione dell’energia elettrica e quella delle preziose scorte alimentari.

Crollato il prezzo del greggio si è passati al razionamento energetico, sempre per agevolare l’esportazione ed evitare il buco nero delle casse statali: anche gli uffici pubblici sono ridotti ad essere operativi solo tre giorni a settimana.

Scatta la decisione del Parlamento di indire un referendum per le elezioni anticipate e deporre Maduro. E cosa fa il delfino di Chàvez? Tenta subitaneamente di esautorare il potere legislativo attraverso la Corte Suprema, che ovviamente è in mano a giudici eletti dalla stessa casa presidenziale.

Si scatena l’opposizione, ne scrivono i blogger e giornalisti locali: detto fatto, un po’ come in Turchia, le persone contrarie al suo operato sono incarcerate, alcune spariscono e le milizie di Hezbollah, sue sostenitrici, sono in strada per reprimere ogni forma di protesta.

Ma non finisce qui: emana un decreto presidenziale che distorce l’intera costituzione!

In sostanza il governo assume poteri straordinari per “garantire i diritti della popolazione”: può autorizzare le forze armate per sostenere l’attuazione del decreto, attraverso il quale vengono estromessi dal potere decisionale gli altri organi politici, come l’Assemblea Nazionale: quest’ultima non potrà più rimuovere deputati e tantomeno il vice-presidente.

L’obiettivo è “garantire lo stato di diritto”, privando però di autorità il parlamento: il potere legislativo è ora in mano a Maduro e alla Corte Suprema, i parlamentari non contano più nulla.

E’ come dire che la volontà del popolo, che ha legittimato l’Assemblea Nazionale, è pari a zero: un crollo del sistema democratico, quasi una dittatura ormai, che priva i suoi cittadini di ogni diritto.

Dunque una morte lenta, agonizzante, una cronaca annunciata, ma non troppo pubblicizzata…

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