Siria: nessuna cura per l’avidità.
Non so voi, ma io ad un certo punto ho dovuto documentarmi, per capire la situazione attuale in Siria: come si è arrivati ad essere spettatori di questo ennesimo scempio?
Tutto ha inizio nel marzo 2011 con manifestazioni pro democrazia da parte della popolazione, in risposta all’arresto di alcuni studenti, che hanno dipinto sui muri della scuola alcuni slogan rivoluzionari.
Le forze di sicurezza sparano sui manifestanti senza troppi scrupoli. Di fronte ad un episodio cosi efferrato si innesca una protesta nazionale, per chiedere le dimissioni del presidente Bashar al-Assad.
Il governo risponde di nuovo con la violenza, schiacciando, letteralmente, il dissenso.
Nascono gruppi di opposizione, che si armano inizialmente solo per difendersi. L’escalation di crudeltà è senza eguali ed in breve tempo i “ribelli” combattono le forze governative per il controllo di città intere: è il 2012 e la lotta armata raggiunge Damasco ed Aleppo.

Nel 2013 si quantificano novantamila persone uccise nel conflitto. In agosto, nei sobborghi della capitale, vengono lanciati razzi con gas nervino: ovviamente, le forze avversarie e il governo si accusano a vicenda, non prendendosi alcuna responsabilità dei fatti.
Di fronte alle pressioni di un intervento statunitense Bashar al-Assad procede alla rimozione delle armi chimiche nel paese, anche se è provato che si continui ad usare il cloro, come sostanza tossica, sulle aree controllate dai ribelli.
Nel mentre la sommossa si evolve: lo Stato islamico prende potere su ampie fasce di Siria e Iraq; a questo punto si crea una guerra nella guerra, dove tutti sono contro tutti: ribelli, jihadisti, al-Qaeda, curdi, governo e chi più ne ha più ne metta.
L’arena politica è fra le più complesse.
Tra le forze filogovernative troviamo vari gruppi: “Forze armate siriane”, in prevalenza alawita; “Forza Nazionale di Difesa”, nata nel 2012, sponsorizzata dallo stato, in cui gente comune viene addestrata a combattere; “Shabiha”, alawita, non ufficiale e definita terroristica; “Hezbollah”, movimento sciita libanese, storico alleato siriano e iraniano, più molti altri minori.
Non da meno le forze ribelli.
“Coalizione Nazionale Siriana”, principale oppositore di governo, gruppo eterogeneo, diviso al suo interno fra partiti laici e “Fratellanza Musulmana”.
“Esercito Siriano Libero”, del 2011, ben strutturato militarmente, composto in prevalenza da disertori delle Forze armate siriane: specializzato in guerriglie urbane, con sede in Turchia, da cui riceve finanziamenti.
“Fronte al-Nusra”, gruppo jihadista salafita, composto da miliziani siriani e iracheni provenienti dallo Stato Islamico dell’Iraq, il cui scopo è creare un Emirato sotto i dettami della sharia.
“ISIL”, ossia Stato islamico dell’Iraq e Levante, organizzazione jihadista nota per la sua violenza contro civili e prigionieri, che vuole fondare un Califfato tra Siria e Iraq.
Il “Fronte islamico”, formato da ben sette differenti fazioni armate.
Ma non è tutto: il “Comitato Supremo Curdo”, definito laico, che si prefigge di amministrare i territori conquistati e realizzare un’autonomia del Kurdistan siriano.
“Unità di Protezione Popolare”, che mira ad occupare le città a maggioranza curda, entrando in conflitto con chiunque sia ostile.
La rivolta definita “Primavera araba” si tramuta in una guerra per procura brutale, che attira subito le grandi potenze mondiali.

Iran e Russia appoggiano il governo alawita di Assad: Teheran elargisce miliardi di dollari l’anno, fornendo consiglieri e militari.
L’opposizione sunnita, invece, attira sostegni internazionali da Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Stati Uniti, Regno Unito e Francia.
Il conflitto è ora più di una semplice battaglia tra quelli a favore o contro Assad: ha acquisito toni settari e disegnato nuovi equilibri, in bilico tra potenze regionali e mondiali.
L’ascesa del ISIL ha aggiunto altro terrore: gli jihadisti colpiscono i civili con esecuzioni pubbliche di massa.
L’ultima inchiesta dell’ONU dimostra che tutte le parti in conflitto hanno commesso crimini di guerra: omicidi, torture, stupri e sparizioni; le aree di accesso a cibo e acqua sono bloccate appositamente, attraverso veri e propri assedi.
Un massacro di proporzioni indicibili: quattro milioni e mezzo di abitanti scappati dal paese e oltre sei milioni senza casa, senza più nulla…
La Siria è fulcro di più interessi e come in Iraq la causa è economica: una lotta per l’egemonia del petrolio e del gas.

Parte di queste risorse sono in mano al governo. Il resto dei giacimenti sono controllati dai Curdi o dall’ISIL, nemici accaniti con un denominatore comune: non hanno territori sul mare e utilizzare lo sbocco sul Golfo Persico, per l’esportazione, significherebbe scendere a patti con l’Iran o Bagdad.
Logicamente, per risolvere l’incoveniente, entrambi combattono per impadronirsi di un pezzo di costa sul Mediterraneo, desiderio peraltro anche del governo iraniano, appoggiato dagli sciiti e dagli Hezbollah.
La Turchia, dal canto suo, non gradisce: non vuole sulle linee di confine alleati dell’Iran, nè tantomeno un ipotetico nuovo stato autonomo curdo, fonte di eventuali sommosse all’interno del proprio paese.
Ad ora il governo di Erdoğan rimane, per così dire, neutrale, permettendo ad entrambe le fazioni di vendere il petrolio attraverso canali commerciali ufficiali e clandestini.
Va ricordato che senza questa collaborazione sia i Curdi che l’ISIL avrebbero possibilità di commercio solo all’interno delle aree vigilate, quindi molto limitata.
Veniamo alla Russia, che ha un unico corridoio di passaggio mercantile, la Crimea sul Mar Nero, se si escludono i mari ghiacciati al nord; ma per passare nel Mediterraneo bisogna attraversare lo stretto dei Dardanelli, turco!
Un unico varco marittimo è limitante, dati i rapporti instabili fra i due paesi: la Russia ha instaurato, quindi, una base militare nella città siriana Tartus da molti anni, di importanza strategica per sovrintendere da vicino tutti i movimenti all’interno del Mare nostrum.
Sottolineo che Mosca stipula un accordo bilaterale con Damasco nel 2007, per la fornitura di armi. Tale patto non può essere rotto, pur con l’embargo alla Siria sull’invio di forniture belliche: in primis perchè firmato precedentemente alla guerra, in secundis in quanto la Russia è uno dei cinque membri delle Nazioni Unite che ha diritto al veto.
E americani, inglesi e francesi? Il tornaconto è lo stesso degli altri pedoni della scacchiera: spartirsi questo Medio Oriente in fiamme, gestendo economicamente pozzi e raffinerie.

Sangue che continua ad essere versato, ipocritamente in nome di Allah, mimetizzato dal fanatismo, che ha sempre lo stesso colore e no, non è il rosso, ma il verde brillante del Dio denaro.
Già, il denaro unico Dio riconosciuto da tutti!
Proprio così… Le religioni sono solo un pretesto per i soliti secondi fini, di speculazione, di profitti sporchi di sangue.