“Shoot first”: Stati violenti d’America.

Siamo lontani da quell’agosto del 1963, in cui Martin Luther King pronuncia le parole “I have a dream”, nel suo storico discorso al Lincoln Memorial di Washington: è il periodo delle leggi razziali negli Stati Uniti d’America, discriminanti la società afro-americana.

“Tutti gli uomini sono stati creati uguali”: così attesta la Dichiarazione d’Indipendenza Americana, nero su bianco, ma è attraverso il giudizio della Corte Suprema, nel 1968, che si arriva ad abolire i servizi destinati alle sole persone di colore, come i posti sui mezzi pubblici, nelle scuole e perfino nei bagni, in poche parole si apre l’accesso paritario a tutti i servizi sociali.

Ma i pregiudizi ed il razzismo non sono storia passata, esistono tutt’oggi in un equilibrio alquanto precario.

La discriminazione sociale è una piaga esistenziale, confermata dagli episodi degli ultimi anni, intrisi di sangue, con uccisioni sistematiche, violenza da parte delle forze dell’ordine, tramutata in altrettanta ferocia dagli afro-americani.

Siamo nel Terzo Millennio o ci ritroviamo catapultati nell’epoca delle rivolte nere?
E’ questa l’America odierna, sostenitrice della democrazia?

Andiamo per ordine: nell’ottobre del 2005 la Florida sottoscrive la legge “Stand your Ground”, nominata dai detrattori “Shoot first”. Con questa legge il limite della legittima difesa va oltre ogni immaginazione, così anche altri stati americani approvano norme sui generis, come il Mississippi, dove vengono autorizzati atti di forza letale anche contro il banale furto d’auto altrui.

La legge Stand your Ground, tecnicamente senza compromessi, consente, infatti, ad una persona armata di far fuoco su un aggressore, sulla base della sola intuizione “personale” del pericolo: insomma, se credi ci sia una minaccia alla tua vita hai il diritto di sparare.

Basti pensare che negli Sati Uniti il porto d’armi è praticamente d’uso comune per comprendere l’entità degli effetti della nuova normativa in vigore sulla leggittima difesa: un ritorno al Far West, dove ci si fa giustizia da soli.

Il 2016 è costellato di fatti violenti, una vera e propria carneficina, sia di agenti di polizia che di afro-americani: Georgia, Louisiana, Minnesota, Missouri, Tennesee e Texas nell’occhio del ciclone, con pestaggi, uccisioni e feriti, e piazze colme di manifestanti a New York, Atlanta, Detroit, Denver, Philadelphia, Phoenix e San Francisco.

E il presidente Obama? Lui asserisce durante una conferenza stampa che “gli Stati Uniti non sono divisi”!

Vorrei ricordare al Presidente, che questi non sono episodi isolati: senza andare troppo indietro nel tempo, giusto l’estate scorsa, nel 2015, un ragazzo ventenne fa irruzione in una Chiesa metodista nella città di Charleston, in South Carolina, e compie una strage di persone di colore.

Nella sua camera viene trovato il vessillo sudista, con la croce stellata, icona per eccellenza della divisione, ciò per cui gli Stati Americani Confederati combatterono nella seconda metà del 1800: la salvaguardia della schiavitù dei neri.

Sebbene la storia degli stati del sud presenti un DNA di sfruttamento razziale e segregazione, quindi più soggetta a tali problematiche, è ormai chiaro che la situazione si estende a tutto il territorio.

Il problema è che questo paese ha costruito le sue fondamenta su un terreno marcio, sulla schiavitù, e forse stiamo assistendo al tempo della resa dei conti collettiva: come permettere e giustificare un omicidio? Come sopravvivere ad un arresto della polizia?

Gira tutto intorno ad una politica deliberata, che nel tempo ha generato condizioni miserabili per molte persone di colore, costrette a vivere in povertà di servizi, istruzione e beni di sopravvivenza.

Il nero sulla pelle è simbolo del ghetto, nonostante i diritti acquisiti e nondimeno per chi ha raggiunto posizioni sociali di rilievo, perchè i ghetti esistono e persistono, sono una realtà.

Il peccato originale della democrazia americana è tutto qui: razzismo.

Tant’è che nel 1785 Thomas Jefferson pubblica il libro “Notes on the State of Virginia”, dove parla ampiamente del tema della schiavitù, della mescolanza razziale, asserendo che la differenza tra bianchi e neri è determinata in natura e che gli stessi non possono convivere in una società libera: in sostanza, gli afro-americani non sono intellettualmente capaci di essere cittadini a pieno titolo.

Ieri come oggi, la prima forma di discriminazione è istituzionale, ha messo radici nelle forze di polizia e nella gente comune, che si arma per paura di un supposto atto criminale nero. D’altro canto gli afro-americani, stufi di subire violenze, come miglior difesa hanno scelto l’attacco.

Non siamo così lontani dai campi di cotone, né dai retaggi dei padri fondatori…

God save America

2 Commenti

  1. Siamo in pieno campo di cotone a raccogliere quel poco che resta, cioè niente 🙁
    La grande America è più attenta a ciò che succede nel mondo piuttosto che prestare attenzione ai fatti di casa.
    Vende armi come se fossero caramelle, e ancora la lotta di colore. E’ evidente che il Governo, anzi i governi, non hanno interesse a promuovere e sostenere campagne per il sociale.

    1. Ciao Marta! Hai centrato perfettamente la questione! Promuovere e sostenere campagne per il sociale non porta introiti, produrre e vendere armi ovviamente si. Ci si preoccupa di più di ottenere il pieno controllo a livello mondiale, scommettendo su chi è il più forte e chi il più furbo… Ci ritroviamo nel Terzo Millennio inermi, ancora a fronteggiare le discriminazioni, ancora ad elemosinare una vita dignitosa. Per quanto ancora???

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