Sarà che Gabriel García Márquez è sempre stato, fin dall’adolescenza, il mio scrittore preferito…

Sarà che ho questo ricordo netto, indelebile, del professore di italiano, che, per le vacanze estive, scelse per me la lettura di “Cent’anni di solitudine” ed io, attratta dal titolo, ma completamente ignorante sull’autore, corsi subito ad ordinare il libro: avevo solo 15 anni e quell’estate sarebbe cambiato tutto.

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Mi si aprì un mondo nuovo scorrendo le pagine di quella storia: nella mente vagavo in un paese lontano, la Colombia, rivivevo storie arcane di famiglie, di terre sconosciute, colme di leggende, riti ancestrali, magie di spiriti e anime vaganti in eterno.

Da allora ho sempre provato un impulso irresistibile di conoscere e vivere quei luoghi, come se, in qualche modo mi appartenessero, come se li respirassi, come se tutti quei racconti di vita del “sur” latino fossero anche miei, li avessi vissuti pure io.

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Cartagena de Indias è stata la prima mèta, dove credo tutto abbia avuto inizio: l’incoscienza del viaggiare da sola, che poi si è tramutata in stile di vita, la passione dello scrivere e del leggere, il desiderio profondo di conoscenza di paesi e culture differenti.

Tutt’ora la porto nel cuore, come ricordo vivo, memoria pulsante di strade colorate e sorridenti, atmosfere coloniali, dimora di vivi e di morti, che ancora aleggiano nelle leggende di questi vicoli…

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Cartagena de Indias fu fondata nel 1533 da Don Pedro de Heredia: perno commerciale e porto strategico d’imbarco dei tesori della Corona spagnola. Ai tempi i coloni spagnoli costruirono una fortezza munita di mura per proteggere la città da pirati e bucanieri, che periodicamente attaccavano la regione.

Nonostante ciò, Cartagena venne messa sotto assedio numerose volte nel corso dei suoi primi centocinquant’anni di vita. Intorno al XVII secolo la Spagna diede l’incarico ad illustri ingegneri militari di costruire strutture difensive: straordinarie architetture ingegneristiche costituite da imponenti baluardi, fortini e bastioni.

Tutt’intorno alla città venne eretta la più grande muraglia e fortificazione d’America, una ricchezza architettonica dichiarata dall‘Unesco Patrimonio Storico e Culturale dell’Umanità.

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Il Castello di San Felipe de Barajas ne è l’esempio più notevole, un capolavoro dell’ingegneria militare di Spagna: lo si constata quando se ne percorre il perimetro esterno, ma anche tutta la serie di cunicoli al suo interno.

Queste gallerie furono progettate per permettere la propagazione dei suoni, in modo da udire i rumori di passi nemici a lunghissima distanza e facilitare, così, le comunicazioni interne.

Questa fortificazione salvò Cartagena da numerosi assedi e le regalò la fama di roccaforte inespugnabile.

“Las Murallas”, la famosa muraglia eretta intorno alla città, è un grande abbraccio, lungo ben undici chilometri.

La sua porta d’accesso è la Puerta del Reloj, in origine detta Boca del Puente, perchè era collegata con il caratteristico quartiere Getsemani da un ponte levatoio, che permetteva di attraversare il fossato.

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Appena varcata questa soglia ci si addentra in un’atmosfera d’altri tempi e si raggiunge l’animata Plaza de los Coches, una volta adibita al mercato degli schiavi.

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Vi è un itinerario di edifici storici, dove lo stile europeo e prettamente spagnolo si mescola a quello del caribe, creando un’incantevole foggia coloniale di vicoli unici nel loro genere, variopinti, strutturati con edifici dalle splendide balconate in legno, ricoperte da bouganville.

La chiesa e il chiostro di San Pedro Claver, edificato in onore di questo monaco, soprannominato apostolo dei neri, poichè trascorse l’intera esistenza ad assistere gli schiavi deportati dall’Africa, e la chiesa di Santo Domingo sono simboli di un’architettura religiosa di grande spicco risalente al XVI secolo.

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Proseguendo ci si avvia verso il Palacio de la Inquisición, sede del Tribunale del Sant’Uffizio dal 1610.
Una costruzione con un portone in stile barocco, dove vennero giudicati i casi di stregoneria ed incantesimi.

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Magnifico esempio di questo periodo storico è il libro “Dell’amore e di altri demoni“, ambientato proprio qui, a Cartagena de Indias.

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Plaza de la Aduana, sede del Palazzo Municipale, è la più grande e più antica piazza della città e al centro sorge una statua di Cristoforo Colombo. Da qui si può scorgere la cattedrale, Santa Catalina di Alessandria, romantica struttura che si staglia nel cielo blu di questo splendido angolo di mondo caraibico.

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Verso nord, sempre entro la cinta delle muraglie, si trova la Plaza de las Bòvedas: portici profondi, di oltre 15 metri di spessore, progettati inizialmente per uso militare, come depositi di stoccaggio di munizioni, armi e provviste, furono utilizzati durante le guerre civili, nel diciannovesimo secolo, come prigioni.

Las Bovedas

In quel periodo gli sfortunati prigionieri, rinchiusi nelle ventitre celle sotterranee, erano costretti a stare a mollo, per così dire, con l’acqua fino alle ginocchia: durante l’alta marea l’acqua penetrava inesorabilmente all’interno delle celle.

Oggi questi spazi ospitano negozi, boutique di artigianato: richiamo turistico affacciato direttamente sul mar dei Caraibi.
La baia, infatti, è una delle più suggestive del Sud America, ricca di isolette e lagune.

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Non è possibile descrivere meglio Cartagena de Indias, semplicemente perchè va vista, contemplata, assaporata, vissuta…

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E come disse Gabo: «A Cartagena de Indias ogni cosa è diversa. Questa solitudine senza tristezza, questa immensa sensazione di essere arrivato»…

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