Inizio un percorso diverso, apro la finestra su nuovi orizzonti e scarto verità, come quelle caramelle che mi portava la zia dall’America: non sapevo che gusto avessero e allora ne assaggiavo una, poi un’altra ed un’altra ancora…

Questi primi giorni sono stati illuminanti, leggeri come il vento fresco su Gerusalemme, pesanti come quando il sole ti acceca gli occhi, li strizzi, non vedi bene e passato il riverbero della luce ti accorgi quanto dista la realtà, come è lontana dai luoghi comuni che ci circondano.

Chi mi segue sa già che sono entrata nella West Bank l’anno scorso, ma per poco, troppo poco tempo per capire e conoscere chi vive qui.

Questa è una nuova avventura, un percorso impegnativo, un confronto continuo con chi si batte per i diritti umani, con chi mette la sua vita al servizio del prossimo, che mi porta a condividere con gli altri idee e opinioni su questa parte di terra, contesa, rasa al suolo, divisa da barriere, dimenticata da quel Dio in nome del quale tutto ha avuto inizio.

La mia base è a Beit Sahour, città sotto l’amministrazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, fulcro dei movimenti di attivismo politico, divenuta celebre durante la Prima e Seconda Intifada, mettendo in pratica tecniche di resistenza non violenta.

C’è del magico a camminare per queste strade e per me che ho girato in lungo e in largo in Israele la differenza sulle condizioni sociali è lampante: tipologie di edificazione differenti, così come dei beni comuni e dei diritti inalienabili dell’uomo.

La famiglia presso cui vivo è composta da quattro persone, semplici, aperte, di gran cuore. Fanno fatica a sbarcare il lunario con due figli già all’università.

I due ragazzi hanno dovuto accontentarsi di frequentare i collegi di Betlemme, di livello sì, ma non così alto come in città come Nablus o Gerusalemme, ad esempio: ciò per evitare problemi di spostamenti interni, dovuti ai checkpoint.

Le postazioni di controllo sono sempre un’incognita: arrivi tre ore prima e magari non passi neppure. Per uno studente diventa davvero dura rischiare e quindi si finisce per accontentarsi del male minore.

Il padre di famiglia fa il muratore, si occupa di ristruttare i conventi, le chiese e le strutture dei pellegrini, principalmente nella città santa. Anche la sua giornata ha dell’incredibile: sveglia alle quattro del mattino, in modo da avere un tempo “ragionevole”, controlli permettendo, per raggiungere il posto di lavoro ed iniziare alle sette! Preciso che sono davvero pochissimi chilometri…

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Tutto questo comprensorio è variegato e se ti guardi intorno ti accorgi subito della diversità tra le abitazioni delle famiglie palestinesi e i cosidetti “settlements”: le prime le riconosci in un attimo, non c’è tetto che non sia ricoperto di cisterne per l’acqua, il cui flusso è perennemente bloccato dagli interessi dei secondi, con case invece perfette, ordinate, pulite, con il meglio dei servizi, dai giardini pubblici, alle piscine e scuole.

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E il muro? Quanti hanno la consapevolezza che siamo di fronte ad uno scempio tanto quanto quello avvenuto a Berlino? Famiglie che hanno perso le loro proprietà, che ora al posto della vista giardino, quando escono in cortile, si ritrovano solo una muraglia di cemento alto ben otto metri.

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A Tulkarem oltre alla barriera di separazione è stata aggiunta un’ulteriore barriera di isolamento, rendendo la città quasi del tutto isolata, stessa cosa per Qalqīlya, completamente circondata dal muro.

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Potrei dire, per finire, che oggi è stato un bell’ardire… Ma c’è dell’altro, molto altro.

A domani, @Blogjuls.

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2 commenti

  1. Complimenti amica, sei un vaso di Pandora… Ti ammiro sempre di più.
    Ho letto il tuo articolo… sei davvero incredibile… e da scoprire sempre più.
    Buon viaggio amica mia carissima, che il tuo cuore ti guidi ora e sempre.
    TVB
    Lucia

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