Hebron o Al Khalil in lingua araba, è una città devastata, una prigione nella prigione, divisa al suo interno in modo paradossale: una gabbia per tutti, ebrei e palestinesi, in cui non ci sono nè vincitori nè vinti, nè alcun Dio, nessuna fede a cui appellarsi più…

Old City of Hebron
Old City of Hebron

Una città divisa, due entità: culturali, religiose, amministrative. La massiccia presenza dell’esercito israeliano la respiri nell’aria, non c’è neppure bisogno di vederla con i propri occhi.

Perchè? Presto detto, Hebron è la sede della Grotta dei Patriarchi, Moschea e sepolcro di Abramo, Isacco, Giacobbe e le rispettive mogli. Quindi, se la matematica non è un’opinione, è un luogo sacro per ebrei e musulmani e si lotta non per condividere i beni comuni, bensì per avere supremazia assoluta su questo luogo, “benedetto” da Dio.

Triste fama la sua, associata al conflitto e alla occupazione militare israeliana. Ma intendiamoci, qui non si tratta di una città costretta ad una difficile convivenza, siamo perfino lontani da quello che è l’Apartheid: una sola strada per entrare e uscire, muri di divisione, reti di contenimento, check point ovunque.

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Ti assale tristezza e angoscia a camminare per le strade: il degrado della separazione, uno smembramento anche all’interno dello stesso comprensorio.

H1 e H2, rispettivamente una Hebron palestinese ed una israeliana, sono due entità separate, ma nella città vecchia, l’antico centro storico, si dividono gli spazi con filo spinato e inferriate: capita che al piano terra ci sia una bottega araba e al primo piano un alloggio israeliano di coloni.

La convivenza è un’utopia: i dispetti e le angherie sono all’ordine del giorno; vige una sola regola, quella di cacciare i credenti di Allah e riprendersi la biblica città di Abramo.

Inside the Old City of Hebron
Inside the Old City of Hebron

Una situazione che non è paragonabile neppure a quella presente a Gerusalemme, secondo la mia opinione. Il cuore di Hebron è sempre stato fiorente: oggi è una micro cittadina quasi deserta, molti commercianti hanno chiuso l’attività e i pochi rimasti sono costretti a convivere con i coloni israeliani.

Old city - Hebron
Old city – Hebron

Infinite e a perdita d’occhio sono queste recinzioni che vedo sopra la mia testa: separano le botteghe palestinesi dagli alloggi dei coloni e al tempo stesso sono state installate per evitare i lanci di oggetti, spazzatura, carni putride (soprattutto durante il Ramadan), sui venditori e turisti, ignari di un contesto sociale così aspro.

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Shuhada Street, la principale arteria cittadina, è diventata zona militare dalla Seconda Intifada, quasi del tutto interdetta al transito dei palestinesi.

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Di fatto, se una famiglia palestinese stanca di vivere tra blocchi di cemento, filo spinato e controlli continui, lascia la sua casa temporaneamente, quest’ultima viene occupata e, sebbene esista una legislazione israeliana, che prevede lo sgombro degli abusivi entro trenta giorni, ciò non avviene.

Un esempio che espone, senza ombra di dubbio, la tremenda situazione di divisione degli spazi è quello delle scalette verdi: alcune abitazioni hanno l’entrata bloccata e i proprietari sono costretti ad entrare dalle finestre da un altro lato della casa!

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Le tensioni e violenze si verificano da entrambe le parti, perchè arrivati a questo punto il confine tra carnefici e vittime diventa labile… Si cerca di sopravvivere focalizzando solo le proprie ragioni.

Ho pranzato presso una delle sole tre famiglie palestinesi rimaste in quest’angolo chiamato “Ghost city”, città fantasma, una terra di nessuno, tra H1 e H2: proprio a ridosso della divisione e ad un passo dalla Sinagoga e dalla Moschea, il fulcro della discordia per accedere alla tomba di Abramo.

Ho parlato a lungo con loro e mi sono confrontata per comprendere appieno la situazione in cui si trovano giornalmente: continui attacchi, che siano lanci di pietre o percosse c’è poca differenza.

Una sola frase del capo famiglia non scorderò mai: “Io resto qui, qualsiasi cosa succeda non lascerò la mia casa”…

H2 - Hebron
H2 – Hebron

E’ sempre una questione di politica e di governo, in cui le leggi non vengono applicate e si concede ai coloni di insediarsi in quelle che sono le basi militari: di fatto gli abusivi diventano proprietari, perchè un palestinese per rivendicare i suoi diritti di proprietà deve passare attraverso la burocrazia dei tribunali israliani, come un qualsiasi straniero, ed è una battaglia persa già in partenza.

H2 - Hebron
H2 – Hebron

Qualcuno forse si attiene alla decisione della Corte Suprema, che stabilisce un netto divieto di costruzione all’interno delle terre utilizzate a scopi di difesa, in quanto la proprietà fine a se stessa è sempre difficile da appurare? NESSUNO.

H2 - Hebron
H2 – Hebron

L’Occupazione è una vergogna e qui in particolare lo è ancora di più: siamo di fronte ad un estremismo puro, una corruzione morale, in cui i coloni hanno potere politico su tutto, soldati compresi e le persone non hanno nessun valore.

Il silenzio dei media è impressionante: tutto tace e si veicolano solo le informazioni che fanno comodo.

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Io sono stata fermata da una pattuglia con relativa camionetta, pronta quasi per esser portata via, vessata da mille domande, sempre le stesse, toni intimidatori e violenza psicologica! Sono solo una turista a passeggio con macchina fotografica, però ero stata vista chiacchierare con i palestinesi, tout court…

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Eppure, durante il massacro del 1929, che ha dato il via all’escalation di violenze, la maggior parte degli ebrei che scampò alla furia degli estremisti arabi, fu tratta in salvo proprio da famiglie palestinesi e parliamo di circa trecento persone: non tutti sono cattivi e molti chiedono pace.

“La maggior parte degli Israeliani non ha idea di cosa accade qui… Come diceva Golda Meir «Dopo l’Olocausto gli ebrei possono fare quello che gli pare». Questo è il nuovo modo di pensare”.

Gideon Levi, giornalista.

N.d.R.

– 1929 – Un gruppo di arabi massacra quasi 70 ebrei, uomini, donne e bambini, ma tanti sono salvati da palestinesi. Da allora, fino al 1967, pochissimi ebrei vivono a Hebron.

– 1967 – Dopo la guerra un piccolo gruppo di ebrei estremisti ultra-ortodossi si stabilisce nel centro di Hebron. Anche se illegale secondo la legge israeliana, i coloni restano e la comunità cresce. Le forze impegnate per la loro difesa si stimano tra 2.000 e 4.000 soldati.

– 1994 – A febbraio un altro massacro di massa. Il dottor Baruch Goldstein, un estremista originario di Brooklyn, indossa l’uniforme IDF, entra nella Moschea di Abramo e apre il fuoco. Dopo l’attacco l’esercito israeliano ha negato l’accesso ai palestinesi su Shuhada Street, la più importante arteria commerciale della città vecchia.

– 1997 – Hebron viene divisa in due sezioni, H1 palestinese e H2 israeliana. H2 comprende gran parte del centro storico ed è sede ad oggi di circa 500 coloni ebrei e ben 30.000 palestinesi. Da allora molte strade sono interdette e sono state chiuse circa 2.000 imprese arabe: coprifuoco esteso, molti posti di blocco, compresa la messa al bando di tutte le automobili palestinesi, la chiusura permanente di Shuhada Street, non contando il chiudere un occhio alle molestie dei coloni verso i palestinesi.

La storia continua…

Benvenuti a Hebron.

@Blogjuls

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2 commenti

  1. Quest’articolo mi era sfuggito, il più coinvolgente fra quelli che ho letto. Ci vuole anche un bel fegato per andare in un luogo simile. Direi un emblema di tutta la cattiverai dell’uomo verso l’uomo. Non conoscevo la frase di Golda Meir, la mia ammirazione per lei è decisamente calata ora. Proprio per quello che hanno vissuto, dovrebbero essere i primi a combattere la crudeltà fine a se stessa. Oltretutto non sono stati i palestinesi a compiere l’Olocausto, i due popoli potrebbero benissimo vivere insieme, se lo volessero. Complimenti, Giulia

    • Ho avuto poche soddisfazioni nella mia vita fin qui… Leggendo le tue parole, queste ne fanno sicuramente una. Grazie Fabricio.
      Hebron è nel mio cuore, insieme ad un triste senso di impotenza, di grida che escono mute, come lo sono le tremende azioni che si svolgono in questa terra di nessuno ogni giorno, in nome di un Dio che per me è chiuso in gabbia…

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