Nel 1948 i palestinesi abbandonano le loro terre, sotto costrizione del nuovo stato nascente di Israele: la cosiddetta Nakba, la catastrofe, che si commemora il 15 Maggio, ci ricorda come abbiano perso le proprie radici e come vivano ancor oggi in condizione di rifugiati negli stati vicini alla Palestina, uno di questi è il Libano.

Chi mi segue da un po’ sa che ho trattato ampiamente la questione palestinese all’interno della West Bank, i territori occupati, e questo mio “viaggio libanese”, oltre che culturale e di piacere, ha avuto lo scopo di capire a fondo anche la loro condizione all’interno degli stati che li hanno accolti in qualità di rifugiati.

La guerra in Siria ha provocato una cospicua ondata di profughi nel paese, producendo un impatto sociale, economico e politico senza precedenti: dall’aumento demografico e di disoccupazione, alle carenze di infrastrutture, quali sanità ed istruzione.

L’attenzione internazionale sulla popolazione siriana in fuga ha creato una sorta di limbo sulla situazione dei rifugiati palestinesi, i quali continuano a subire ogni tipo di sopruso.

Residenti di seconda classe, sono esclusi dai settori lavorativi e professionali di livello, come ad esempio quello della medicina, dell’ingegneria o della legge; banditi dal possesso di proprietà, costretti a vivere in campi squallidi, a cui mancano i servizi base come l’elettricità e le fognature, privati dall’educazione e dulcis in fundo senza diritto di cittadinanza.

È come vivere in una prigione in cui non si rispettano i diritti umani fondamentali!

Ghetti urbani composti da blocchi di cemento, vicoli strettissimi decorati da un labirinto di cavi elettrici improvvisati, posti di blocco e filo spinato… Scene che purtroppo ho già visto, ma credetemi è sempre un colpo all’anima…

Per di più oggi siamo di fronte ad una sorta di competizione per gli aiuti internazionali: palestinesi versus quasi due milioni di profughi siriani in Libano (registrati ufficialmente solo un milione e duecentomila) e tra questi ci sono anche i palestinesi che erano già in condizione di rifugiati in Siria.

Chiariamo subito che esistono due organi delle Nazioni Unite che hanno compiti ben distinti: UNRWA, l’agenzia per il soccorso, che ha il compito di occuparsi della questione palestinese (e rimarco qui che mi ha letteralmente “rimbalzato”, negandomi l’accesso ai campi rifugiati, ma chi la dura la vince e l’ho scavalcata a dovere…), e UNHCR, ossia l’alto commissariato, il quale provvede agli aiuti per i siriani.

Ad oggi, 2018, i fondi sono passati da 446 milioni di dollari a circa 100 milioni, da distribuire sulle cinque aree di pertinenza: Gaza, West Bank (comprensiva di East Jerusalem), Giordania, Syria e Libano.

A questo punto, il rifiuto di copertura fondi, da parte dell’amministrazione americana, ha creato un buco enorme e la conseguente perdita dei già pochi servizi per i profughi, che si traducono per quelli stanziati in Libano a circa 200 dollari a persona ogni sei mesi: se provate a fare il calcolo capirete che stiamo parlando di circa 30 bigliettoni americani al mese, una miseria…

Su dodici campi nel paese la maggior parte delle strutture sanitarie sono state chiuse, ne restano solo due operative e part-time, ma intendiamoci, solo per check-up di routine, tutto il resto è a pagamento: se non hai i soldi e non ottieni aiuti dalle organizzazioni non governative, beh muori… Vorrei anche sottolineare che partorire è a pagamento, a meno che non sussistano condizioni di alto rischio in fase di travaglio.

In Libano il 50% dei giovani e giovanissimi palestinesi, tra i sei e i diciotto anni, non va più a scuola: centocinque insegnanti sono stati licenziati e cinque scuole hanno chiuso i battenti per i motivi di cui sopra e inoltre è difficile apprendere in classi composte da sessanta alunni ciascuna, su due turni giornalieri.

I rifugiati palestinesi (PR), e i palestinesi siriani (PSR), ad oggi dipendono totalmente dagli aiuti delle organizzazioni non governative e versano in condizioni estreme di povertà e indigenza: il 90% dei PSR e il 68% dei PR vive al di sotto della soglia di povertà in Libano, con meno di quattro dollari al giorno.

La forza lavoro palestinese è priva di competenze settoriali, si impegna in lavori umili e mal retribuiti, la maggior parte in nero, circa l’ottantacinque per cento, proprio perchè le leggi libanesi limitano l’accesso a posizioni di livello e all’istruzione universitaria.

Il reddito si traduce in media a trecentocinquanta dollari al mese, circa cento in meno del salario minimo ufficiale in Libano: ma è palese che questi dati riguardano gli occupati regolari, un lavoratore senza contratto guadagna molto, molto meno…

L’impatto della crisi siriana sulla disoccupazione è devastante e non solo crea povertà, anche disuguaglianza: i rifugiati palestinesi devono combattere contro la concorrenza di quelli siriani, che non appena arrivati nel paese si sono adoperati per lavorare a meno e in condizioni quasi disumane.

Li riconoscete subito, basta uscire un po’ in periferia: si ammassano agli angoli delle strade in gruppi e attendono che qualcuno si fermi per offrir loro un lavoro in giornata, come braccianti, inbianchini, muratori o tutto fare, per cifre inimmaginabili!

Il Libano è un paese con un alto debito pubblico ed un forte deficit di entrate, che ha subito negli ultimi anni un crollo del PIL, affetto da bassi tassi di attività economica e con una classe politica che ha poca voglia di cambiare le cose.

Ma basterebbe capire che privare i rifugiati palestinesi della libertà di movimento, di istruzione e di lavoro non aiuta di certo: su sei milioni di abitanti ormai circa un terzo sono profughi, quindi perchè non riconoscer loro gli stessi diritti fondamentali dei cittadini libanesi?

Potrebbe essere l’unico modo per affrontare le dure sfide economiche e sociali, cercare di metter fine alla disoccupazione e alle ingiustizie contrattuali.

Quest’anno segna i settanta anni di esilio per il popolo palestinese: la discriminazione però continua… Ed io ancora mi domando come alcuni destini possano essere segnati semplicemente per nascita.

Dov’è la comprensione, se non siamo in grado di capire che ogni essere umano ha un valore? Che prezzo ha la vita, le radici, la terra di appartenenza, se siamo stranieri, alieni, emarginati in confini di cemento, con in mano solo il nostro ieri?

Il presente è un dolore acuto, ubriaco di un futuro pesante e oscuro.

Blogjuls: Qual è il tuo sogno?
Jamila: Siamo rifugiati, noi non abbiamo sogni. Viviamo di oggi…

@Blogjuls in Chatila camp – Lebanon

Ndr: i dati di questo articolo sono stati raccolti attraverso le mie interviste con le più importanti NGO sul territorio, che rivelano un degrado in aumento di cui nessuno parla e di cui a pochi importa…

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3 commenti

  1. A causa di problemi credo sul server una mia lettrice non è riuscita a commentare, ma mi ha spedito via mail parole toccanti, che riporto qui. Grazie di cuore per le tue parole Carla Ghezzo, mi hanno colpito profondamente… Primo Levi è stato un pilastro della mia adolescenza e aver riportato una sua frase mi riempie di orgoglio. ♥

    – Ciao Giulia ho tentato più volte di lasciarti un commento sul blog, ma poi scompare il testo.

    Mi sento privilegiata nel poterti leggere.
    Questo ultimo articolo, mi ha fatto molto riflettere e ti avevo lasciato un “sentito” ed articolato commento.
    Mi manca la forza per riscriverlo, te lo riassumo con questa frase di Primo Levi: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”.

    Un abbraccio, Carla

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