L’Afghanistan è un paese martoriato, devastato da anni di guerra e attentati sanguinari fra i più violenti, che si perpetrano ancor oggi.

Ma sia chiaro, la gente qui non si crogiola nel vittimismo: combatte ogni giorno per la libertà, per la vita e la non violenza, per ottenere quelli che sono i diritti fondamentali degli esseri umani.

Il mio reportage mi ha dato modo di raccogliere molte informazioni su persone appartenenti ad ogni ceto sociale e sono qui per sfatare il luogo comune che le donne afghane siano solo donne oppresse, silenziose e in balia del loro destino.

Innanzitutto bisogna capire che l’Afghanistan è un paese complesso, dipinto da mille sfumature, pieno di contraddizioni, ancorato ad usi e costumi antichi nei villaggi, come le regole del Pashtunwali, e al contempo invaso da imposizioni straniere e globalizzazione galoppante.

Il detto “L’abito non fa il monaco” cade a pennello: indossare il velo o il burqa non deve essere il nostro metro di giudizio sulla condizione delle donne, che vivono talmente tanti drammi quotidiani che sono ben lontane da porsi il problema su come è giusto vestirsi…

Inutile negare che vi siano violenze, soprusi e brutalità contro il genere femminile nel paese, ma è pur vero che lo status delle donne dal 2001 ha subito molti mutamenti.

Ragazze afghane – 1960 – © Bill Podlich

Un piccolo passo indietro per comprendere che nel passato le donne afghane sono state oggetto di riforme atte a promuovere i loro diritti e la libertà, in primis l’educazione e l’impiego all’interno di enti pubblici e ospedalieri: ad esempio sotto il re Amanullah (1919-1929), il regnante Zahir Shah (1933-1973), Muhammad Daud Khan (1973-1979) ed anche durante il regime sovietico (1979-1992).

Sappiate che le lavoratrici afghane costituivano metà della forza lavoro durante l’occupazione russa! E’ solo dopo che si cade nel precipizio: a partire dal ritiro dell’URSS nel 1992, dal caos della guerra civile, l’arrivo dei Talebani e il totale crollo dei diritti praticamente per tutta la popolazione.

Dalla caduta del regime talebano sono stati fatti molti sforzi per migliorare la situazione, ma ad oggi esiste ancora un forte divario tra la condizione nelle aree cittadine e quelle rurali…

La vita è migliorata soprattutto grazie alla Costituzione istituta nel 2004, incentrata sulla Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione universale dei diritti umani: maggiore istruzione, assistenza sanitaria, opportunità di lavoro, uguaglianza davanti alla legge e partecipazione politica.

L’alfabetizzazione è in aumento, ma esiste l’altro lato della medaglia: al di fuori dei grandi centri urbani (a Kabul le ragazze che studiano sono in media più del quaranta per cento) l’analfabetismo raggiunge livelli altissimi, quasi dell’ottanta per cento.

A classroom in Afghanistan – © G. Guidobaldi 2017

Perchè? Semplice e aberrante: le leggi non sono applicate ovunque e le tradizioni culturali di linea patriarcale afghane impediscono il cambiamento, in concomitanza ad uno stato di povertà crescente.

I dati pubblicati dal governo di Ashraf Ghani sono più che incoraggianti, direi fin troppo! Se è statisticamente dichiarato che nell’educazione primaria siano iscritti più di otto milioni di bambini è pur provato che non tutti gli alunni poi frequentano la scuola o non lo fanno con continuità.

A classroom in Afghanistan – © G. Guidobaldi 2017

Verità che devono farci riflettere, così come le relazioni pubblicate da Human Rights Watch ad ottobre 2017, con un dato su tutti: quasi quattro milioni di bimbi non frequentano la scuola, di cui l’ottantacinque per cento è di genere femminile.

La cultura resta l’unico mezzo possibile per aprire le menti e abbattere i muri del pregiudizio, della disparità e dell’ignoranza.

On the wall of a classrom – Afghanistan – © G. Guidobaldi 2017

Diciassette anni di investimenti e ancora molto, troppo da fare: un futuro incerto ed una grande sfida da portare avanti.

Le donne non si tirano indietro e oggi su centodue rappresentanti al senato ben ventuno sono di sesso femminile: tale percentuale si attesta leggermente al di sotto del venticinque per cento di posti a cui avrebbero diritto e si lotta per far si che all’interno di ogni Ministero ci sia la loro presenza.

Laboratorio di oreficeria – Afghanistan – © G. Guidobaldi 2017

Si cerca di risolvere i problemi sulla sicurezza, di trovare un giusto equilibrio con le leggi Shia, di creare programmi per aiutare le vittime di violenza, nuove direttive sul matrimonio e le cure mediche, in quanto l’assistenza pubblica è scarsa, con pochi fondi soprattutto per le neo mamme.

Laboratorio di sartoria – Afghanistan – © G. Guidobaldi 2017

Io non dimenticherò mai la nursery dell’ospedale Rabia Balkhi: medici ed infermiere che fanno l’impossibile e nemmeno un’incubatrice per i piccoli più gravi…

Eppure queste donne non mancano di coraggio, combattono, non si arrendono e non risparmiano mai un sorriso.

Sono esempi di chi la vita la apprezza pure nelle difficoltà, nel lavorare i campi e studiare di notte un po’ di inglese, perchè il desiderio di tornare ad una normalità così come la ricordano le nonne è grande, e la voglia di comunicare, per far sapere che il pericolo talebani non è ancora scampato, va oltre la paura.

La madre di famiglia, la ragazza riuscita ad arrivare all’università e la donna al governo o con impiego pubblico sono legate da un sottile filo che le accomuna: la speranza e la convinzione che le grandi cose si fanno con mille e più mille, piccoli, passi pesanti.

“We want to make a difference and do you know how? Everything always starts with a child’s dream to do something great and amazing”…

Veiled but unveiled afghan women – Afghanistan – © G. Guidobaldi 2017

Io dico che nessuno deve restare solo: è l’egoismo che uccide, la poca importanza che diamo al sangue degli altri.

Dobbiamo combattere per i diritti di tutti gli esseri umani.

Perciò animo, diamoci da fare.

N.d.R.
Dati raccolti in Afghanistan grazie agli incontri ed interviste con:
– Civil Society & Human Rights Network
– Ms Fatema Akbary Parliament member of Afghanistan
– Soraya Sobhrang Independent Human Rights Commission and Women activist
– Afghan Women’s Network
– Aschiana street children Organization
– Tutte le persone che ho incrociato sul mio cammino

@Blogjuls

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4 commenti

    • Ciao Fabricio, grazie.
      Scusami se ti rispondo solo ora, ma non so per quale arcano motivo la tua mail era finita in spam. Faccio controllare subito 🙂
      Buona serata.

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